Forse è uno dei sentimenti peggiori che l’essere umano abbia mai elaborato, frutto di distopiche proiezioni della mente che, se ammalorata, si rappresenta al peggio di sé.
La gelosia, nelle sue forme più diffuse, nonostante sia ritenuta un male, talvolta appare sottovalutata, talché la si confonda con vezzi del carattere o, ancor più superficialmente, con manifestazioni di affetto eccessivo verso persone, oggetti o narrazioni d’ogni sorta, e basta!
La stessa gelosia, nella sua più canonica descrizione la si intende, ad esempio, come pressione di una Lei rispetto al proprio Lui, o viceversa, od anche come estremo attaccamento ad oggetti e congeneri; solo di rado, in buona sostanza, essa viene anche individuata nelle interazioni parentali o amicali, ma senza riuscirne a carpire la reale gravità.
Invece, la gelosia, o meglio l’alveo dello spettro delle gelosie, genera veri e propri processi di dissoluzione delle relazioni, anche tra affini, attraversando con impeto la via del risentimento e della pretestuosità artificiosa che rende onore solo alle disfatte e all’acredine.
Gelosia, ovvero paradigmi delle gelosie, sono le rappresentazioni delle interazioni personali che si guastano a causa dell’insufficienza, od anche della totale mancanza, di empatia e magnanimità, quali esiti di personalità incompiute e fragili, ma tali da tradurre i limiti di tali status in vere e proprie macchine da guerra.
Siano abituati, per varie ragioni, anche a sopportare (e, talvolta di buon grado, infarcendo la cosa con sano umorismo) ridicole rappresentazioni delle varie gelosie, minimizzandone la fenomenologia. In casi più gravi (che, non sono rari), il morbo della gelosia si impadronisce della ragione, generando atteggiamenti aggressivi e divisivi anche tra consanguinei, così come tra le coppie, gli amici, i conoscenti, i colleghi di lavoro, i vicini di casa. Il morbo atavico delle gelosie riesce a governare il buon senso ed anche gli affetti: devasta le vite e produce odio irrazionale, senza limiti, a oltranza…
Tale morbo attecchisce facilmente e si diffonde, di più, nell’alveo dei luoghi mentali della massificazione e delle competizioni sociali, laddove, e sempre per profonda ignoranza, il nobile concetto dell’antico ad maiora lo si interpreta come mera gara all’ultimo sangue. Ancora più grave è che le gelosie attraggono benissimo le frustrazioni, non più come sano momento di riposizionamento, ma becero alibi che giustifica, invece, la pochezza dell’essere che attacca, aggredisce, divide e disarmonizza i contesti di relazione.
Ci si chiede, allora, se tutto ciò è compatibile con le dinamiche di una società emancipata, evoluta e colta?
Io credo di no. Ma, i più, dissentono?
Giancarlo Caroleo


