Una volta si diceva “periodo di transizione”. Oggi, con la saggezza degli anni che passano, si può affermare che le transizioni enunciate si trasformano, quasi sempre, in persistenze.
Perché questo dire? Eccone le ragioni.
La prima: auto sempre più anonime, omologate per design e meccanica, in altri termini, più o meno tutte uguali. Da ciò, la necessità di compensare tale condizione: sono sistematicamente riproposti i nomi di modelli che hanno lasciato un segno (vedi Panda, Giulia, 600, etc), senza che ve ne sia alcuna continuità né di forma reale e dimensioni, né di motoristica, salvo qualche lontano richiamo per alcuni (e, rarissimi) particolari. I revival rimessi sul mercato, in effetti, sono “modelli altri”.
La seconda: vetture ipertecnologiche che impongo, forzatamente, modifiche al proprio modo di guidare, spacciando per soluzioni finalizzate alla sicurezza, complessi sistemi che desautorano l’automobilista che sa guidare realmente, facendogli passivamente subire cervellotici automatismi meccatronici che, peraltro, non sono nemmeno richiesti. Uno per tutti, l’esempio dello Start & Stop!
Dunque, la transizione da un sistema tecnologico all’altro sta avvenendo senza gradualità e, soprattutto, attraverso modalità oggettivamente lontane del sano ed utile principio dell’evoluzione tecnica che dovrebbe governare la produzione industriale. Invece, tutto è assemblato in pacchetti rigidi di applicazioni digitali, montati in serie su vetture di ordinario utilizzo, senza che ne siano effettivamente utili. Sicché, l’anima delle auto coincide, ormai, al numero delle applicazioni digitali presenti in centraline d’avanguardia, non già, così come dovrebbe essere, con sue forme, il significato estetico e di immagine, l’idea di “scultura tecnologica” che regala emozioni e sensazioni.
Niente di tutto questo, ma solo standard di algida prospettiva che generano appiattimento e squallore, anche a fronte di scelte di carrozzerie di colori sui generis, che si rappresentano quale ulteriore contrasto con la struttura asettica dell’auto robotizzata. Il tutto, lontano dagli anni in cui ci si recava al distributore di carburante il cui gestore, per gratitudine d’essere suo cliente abituale, ti faceva dono dello “straccio giallo” da posare con cura sul tettuccio del contachilometri, quando anche i contachilometri erano diversi, ma, sicuramente, anch’essi più belli. Così come, d’altronde, erano le automobili: belle!
Giancarlo Caroleo


