«Ma tri li cosi capitali/ Catanzaro fannubeddu/ a Villetta, i ficundiani/ e l’illustrissimo Morzeddu». Questi i versi, tra i più celebri, di Giovanni Sinatora che, a distanza d’anni, furono ampiamente commentati e, soprattutto, ricordati da Enzo Zimatore. Quasi a trent’anni dalla scomparsa di Zimatore, già presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati della provincia di Catanzaro e illustre studioso della storia della città – oltre che della cultura calabrese in generale – mi è sembrato quasi naturale ricordare una tra le sue opere più importanti: Catanzaro Vicoli e strade – piazze e contrade.

«Una vista impressionante si estende al di sotto; creste, picchi e due catene montagnose che chiudono il letto bianco della Fiumara. La strada prosegue sino alla costa. A qualche chilometro dalla riva cominciano gli abituali calanchi che prendono al tramonto tinte sempre più sfumate e dolci. […] Questa mattina ho visitato Catanzaro molto presto, nel momento in cui le contadine di Tiriolo e Marcellinara arrivavano con i loro vecchi costumi. […] Catanzaro ha un aspetto nuovo fiammante. […] Cerca di sfidare la topografia con i suoi edifici costruiti fuori dalle mura, ai piedi della montagna o sui bordi estremi dell’altopiano» 

Così Maria Brandon Albini, autrice e studiosa milanese, come in una litografia in scala di grigio, descrive il suo arrivo a Catanzaro, la città delle tre “v”, nell’opera Calabria, un lungo diario di viaggio sulle tracce di quella Vecchia Calabria già stata di Norman Douglas e, negli stessi anni, nel 1901, dell’intellettuale britannico George Gissing, autore di By the Ionian Sea (Sulle rive dello Ionio).

Clampetia l’avevamo trovata per caso. Come le più belle cose era arrivata all’improvviso, sbucata dietro una curva e nascosta da una serie di gallerie, incorniciata lassù, in alto, tra le nuvole di un limpido giovedì di mezza estate. Percorrendo la Statale 18 in direzione dell’antica Temesa (attuale Campora San Giovanni), il panorama di Amantea (prima Al-Matiah) si era lentamente dilatato alla nostra sinistra, rivelando, uno alla volta, tutti i tesori arroccati su quel colle a strapiombo sul mare. Con lo sguardo puntato in alto, seguii per qualche secondo con il dito le tortuose linee rocciose, incontrando l’antica Chiesa di San Francesco e indovinando il profilo del maestoso incastellamento medievale. Arrestai l’auto. Da qui i ricordi si fanno confusi.

Da lì riuscivo a vedere tutto, ad avere contezza di ogni piccolo particolare di quel magnifico panorama. Presi a contare tutti gli alberi che scendevano lungo la valle del Savuto e i camini sopra i tetti delle case che fumavano sonnacchiosi. In lontananza, riuscii a scorgere la sagoma indefinita dello Stromboli che si ergeva fiera tra le onde del Tirreno: ne sentivo l’odore, ne assaporavo il gusto salato sulle labbra. Accarezzato da quella brezza marina che si scontrava con il poderoso vento della presila cosentina, Cleto (un tempo Petramala) appariva ai miei occhi come una gemma scintillante di qualche perduta corona. Sulla cima più alta di Monte Sant’Angelo, accerchiato dalle antiche mura del Castello Medievale (fondato dai Normanni secoli prima), con lo sguardo rivolto a ovest, ricordo di aver pensato al lungo tragitto fatto per arrivare fin lassù. Le case basse disposte a terrazzamenti e totalmente disabitate, la vegetazione cresciuta fitta alle finestre sulle quali echeggiavano i miei passi, coordinati a quelli dei gatti che s’aggiravano silenziosi tra i vicoletti. C’era un silenzio irreale.

SS 109. Statale della Piccola Sila. Ricordo che discutevamo animatamente sul percorso da fare, Google Maps alla mano, fermi a bordo strada. Ma se da Bivio Bonacci pieghi verso destra e imbocchi la 109, c’è poco da discutere! Non puoi sbagliare! E pensare che avremmo potuto evitare una noiosa conversazione soltanto spingendo l’auto qualche metro più avanti. Infatti, dopo poche curve, tra castagni e aghi di pino, avevamo scorto immediatamente le rovine dell’abbazia.