«L’idea de Il nome della rosa mi venne quasi per caso e mi piacque perché la rosa è una figura simbolica così densa di significati da non averne quasi più nessuno». Così nel 1983 all’interno delle Postille, Umberto Eco, tra i più illustri intellettuali del nostro tempo, scomparso solo tre anni fa, spiegava le ragioni di un titolo così ermetico e criptico per un giallo storico: quello che, da lì a poco, sarebbe diventato uno dei più grandi capolavori della letteratura italiana e internazionale. Insomma, definirlo “giallo” è solo per farla breve!

«Non dodici canzoni, ma una sola lunga canzone divisa in dodici momenti».Queste le parole di Roberto Vecchioni a «Billboard Italia» nel tentativo di dipingere, e descrivere, il suo ultimo lavoro, L’infinito, uscito il 9 novembre dell’anno appena trascorso. Già nel 1979 il cantautore brianzolo aveva usato questo termine: “momenti”. La canzone era Mi manchi, tratta da un disco bello e amaro come Il grande sogno (1984), ma in quell’occasione a essere «solo dei momenti» non erano le canzoni, ma gli anni. Ed effettivamente è quello che accade in questo disco. Un’opera che celebra la vita e i suoi anni, i suoi inganni e insieme a essi gli amori persi e quelli ritrovati, le passioni nuove e quelle consumate da tempo, la resa e la rivalsa; e ancora la vita di un poeta, di uno scrittore, quella nostra e quelle degli altri.

Cos’è la poesia, dove la si cerca, da cosa nasce? Le domande non bastano mai e, forse, neanche servono quando le risposte hanno già in loro delle perplessità. Salvo uno schema metrico definito, infatti, è impossibile ingabbiare i versi in una definizione specifica. La poesia è per sua natura un’entità incorporea, un’astrazione, un esercizio immaginifico potente. Indissolubile. Ma allo stesso tempo questo ectoplasma di parole sgorga da una sorgente, una cascata d’acqua cristallina fatta di ricordi, di impressioni ed espressioni, di battiti di ciglia, palpitazioni, sangue, ossa.